Il naso del cane, chiamato rinario o tartufo, presenta una superfice unica per ogni individuo, costituita da solchi, linee e increspature che rendono ogni cane distinguibile da un altro, proprio come le nostre impronte digitali. L’olfatto, per i nostri amici a quattro zampe, è l’organo principale con cui si relazionano con il mondo. Nel loro naso possiedono in media tra i 225 e i 300 milioni di recettori olfattivi, contro i nostri 10 milioni circa. Pertanto, la parte del cervello che elabora e analizza gli odori è 40 volte più sviluppata rispetto a quella umana.
Le informazioni vengono assorbite attraverso le narici, penetrano nei nervi e raggiungono il cervello, permettendo al cane di riconoscere e interpretare gli odori. Studi condotti dal neuroscienziato Giorgio Vallortigara hanno dimostrato che il cane predilige l’utilizzo della narice destra di fronte ad uno stimolo sconosciuto, mentre passa alla sinistra solo dopo aver acquisito familiarità con l’odore. Questo comporta l’attivazione dell’emisfero sinistro o destro del cervello.
È interessante notare, ad esempio, che l’addestramento alla ricerca del tartufo favorisce l’utilizzo di entrambi gli emisferi. Quando al nostro amico viene proposto l’odore del tartufo per la prima volta, si attiverà l’emisfero destro del cervello, in quanto collegata alla narice destra, permettendogli di elaborare le nuove informazioni. È fondamentale che il primo approccio all’odore sia positivo, affinché, nel tempo, l’aroma del tartufo diventi familiare. A quel punto, il cane sarà guidato dalla narice sinistra e l’emisfero sinistro, responsabile delle risposte comportamentali.
Tutto ciò rende il cane un perfetto ausiliare nella ricerca dei tartufi: le sue capacità gli permettono di localizzare il punto preciso in cui si trova il fungo ipogeo, senza danneggiare l’ambiente circostante. Attraverso un addestramento positivo tutti i cani sono in grado di ricercare il tartufo. Una volta acquisita confidenza con l’odore, il cane sarà in grado di riconoscerlo in tutte le sue tipologie. Il tartufo presenta infatti un bouquet di odori formato da numerose molecole diverse, tra cui spicca il bismetiltiometano, un composto dello zolfo presente in tutte le varietà.
La parte più complessa della ricerca del tartufo consiste nella discriminazione tra i miliardi di odori presenti nell’ambiente. È importante considerare che nel bosco vi sono infiniti odori che variano a seconda dell’umidità, della temperatura, del vento e dell’ora del giorno. Durante le ore diurne gli odori più persistenti provengono dalle piante e dalla vegetazione, dove gli olii essenziali vengono rilasciati dalle piante in risposta al calore e alla luce, oltre che dalla terra. Di notte, invece, saranno più marcati gli odori legnosi, degli animali e dei fiori notturni.
Il nostro fidato amico può essere predisposto al teleolfatto, cioè mantiene il muso verso l’alto seguendo il cono d’odore nell’aria, oppure al megaolfatto, ovvero intercetta le molecole odorose presenti a terra. Un buon cane da tartufi alterna entrambe le modalità, a seconda delle condizioni del territorio e del vento. Affinché il cane possa sfruttare entrambe le predisposizioni, esistono dei metodi di addestramento che mirano a sviluppare entrambe le capacità. Ovviamente anche il tartufaio avrà delle preferenze rispetto al modo in cui lavora il cane, perciò è consigliabile informarsi, prima di acquistare un cucciolo, sulle attitudini di razza.
Questi sono solo alcuni degli aspetti tecnici della cerca e cavatura del tartufo. Non bisogna dimenticare, però, che tutto ciò fa parte di un’importante connessione con il proprio cane, la natura circostante e soprattutto una riconnessione con sé stessi. Riconoscere il dovuto rispetto al nostro compagno a quattro zampe e all’ambiente ci permette di costruire un futuro.
