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Oltre Report: tartufo, tracciabilità e le vere falle del sistema

La puntata di Report andata in onda il 1 Febbraio 2026, dedicata al mondo del tartufo, ha riacceso un dibattito noto, ma in forma polarizzata. Un’attenzione utile, ma che rischia di fermarsi alla superficie se non si affrontano le vere criticità del settore: quelle sistemiche, normative e strutturali, che condizionano il lavoro di chi opera seriamente sul territorio. Il tartufo non è un problema di singoli attori. È un problema di regole, controlli e trasparenza.

Uno dei concetti più evocati nel dibattito è quello della tracciabilità. Ma va chiarito con onestà intellettuale:
la tracciabilità biologica del tartufo non esiste. Non esiste oggi alcun dato scientifico in grado di certificare, direttamente sul prodotto, il luogo esatto di raccolta. La tracciabilità prevista dalle normative europee e nazionali è esclusivamente documentale: registri, dichiarazioni, etichette di provenienza. È un sistema obbligatorio, ma basato su ciò che viene dichiarato. Questo non lo rende inutile, ma ne evidenzia un limite strutturale che non può essere ignorato quando si parla di “garanzie assolute”.

In questo contesto, esistono realtà come la nostra che scelgono una strada più impegnativa, anch’essa complessa nel permettere una trasparenza burocratica e normativa: aprire il campo al consumatore, permettendo l’acquisto del tartufo nel luogo stesso della raccolta. In questo modo si restituisce valore ad un prodotto considerato di lusso non solo per il suo aspetto economico, ma per la sua natura spontanea, la sua stagionalità e per la correlata arte dell’addestramento dei cani da tartufo. Tale attività è anche la ragione per cui spesso nasce un conflitto sul prezzo, un prezzo che in realtà remunera: la certezza dell’origine; il rispetto dell’ambiente e del socio a quattro zampe; i costi di un’attività svolta in modo regolare e strutturata.

Il “km 0” non è uno slogan: è una responsabilità.

La raccolta del tartufo in Italia è regolata dalla Legge 752/1985 e dalle normative regionali, attraverso il sistema dei tesserini.
Ciò che manca, però, è una distinzione netta tra attività amatoriale e attività economicamente rilevante. Quest’ambiguità consente, di fatto, l’utilizzo di più tesserini all’interno dello stesso nucleo familiare, con l’immissione sul mercato di quantitativi importanti di prodotto senza un inquadramento fiscale proporzionato. Il risultato è una distorsione evidente: chi opera come impresa, sostenendo costi di tasse, contributi, assicurazioni, consulenze e adempimenti continui, si trova a competere con chi non è soggetto agli stessi obblighi. Anche qui, il problema non è la figura del tartufaio, ma un sistema normativo che non garantisce equità.

Sul tema dell’importazione si è parlato molto, ma poco del vero nodo: la mancanza di normative e controlli nei Paesi di origine. In molte aree estere la raccolta del tartufo avviene senza limiti, controlli e in assenza totale di leggi in merito la sua raccolta o commercializzazione. Motivo per cui, anche seguendo le normative europee, non si può comunque avere certezza della provenienza, in quanto un’azienda estera senza obblighi statali può, a sua volta, aver dichiarato il falso. Finché il problema non viene affrontato a monte, continuerà a scaricarsi a valle su chi lavora correttamente.

Per tutto ciò che ci siamo permessi di esprimere, vogliamo sottolineare che il mondo del tartufo non ha bisogno di slogan o di cacce ai colpevoli. Non è nostro intento puntare il dito, ma evidenziare la necessità di tutela su tutto ciò che ruota attorno al tartufo: dai tartufai alle aziende agricole, fino ai commercianti.

Ciò di cui tutti abbiamo bisogno sono regole più chiare, controlli più efficaci e un’informazione trasparente, accompagnati da una rivalutazione di una cultura spesso marchiata dal mero guadagno. Solo così sarà possibile diffondere le buone pratiche della cerca e della cavatura del tartufo, proteggendo il settore, il prodotto made in Italy e chi lo ama davvero.

il vero rischio non sarà la mancanza di fiducia nel tartufo, ma in chi non lo tutela ogni giorno.

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